Jean-Pierre Velly

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Biografia 1943-1970

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1943


Audierne, 14 settembre.

Nasce da Jean-Marie, gendarme maritimo, ed Adelaïde Donnart.

Audierne, nel Finistère, nell’estuario di Goyen, in Bretagna, ovvero in quella penisola della Francia fra l’Atlantico e La Manica, con coste alte e frastagliate e monumenti megalitici che si specchiano nell’oceano, è un antico sito gallo-romano che custodisce tracce precise del suo passato, dal XIII à XVIII secolo: le chiese di Saint -Raymond-Nonnat, di Plozevet, d’Esquibien, le cappelle di Sainte-Evette e di Saint-Tugen, oltre a superbe case in pietra che testimoniano di un luogo ricco di granito.

E di Audierne René Quillivic (1879-1969), scultore, incisore e ceramista.


1945


Audierne, 21 giugno.

Nasce la sorella Anne-Marie.


Novembre.

Il padre viene trasferito a Biserta, in Tunisia. Vi rimarrà con la famiglia per quattro anni.


1948


Biserta, settembre.

Con un anno d’anticipo (sa già leggere e scrivere) viene iscritto alle scuole elementari.


1949


Luglio.

Il padre rientra con la famiglia in Francia e si stabilisce a Cherbourg, sulla penisola di Cotentin, in Normandia. Qui rimane per otto anni e mezzo. I figli, ogni estate, si recano a Audierne, in vacanza dai nonni.


1950


Audierne, 7 ottobre.

Nasce la sorella Thérèse.


1954


Cherbourg, settembre.

Entra nel Collège - Institut St. Paul, condotto dai preti e abilitato fino alla maturità.


1957


Tolone, settembre.

Comincia a frequentare il liceo de La Rode. Ogni giovedì segue, fino al 1959, anche i corsi della Scuola di Belle Arti.


Ho cominciato ad incidere a quattordici anni, frequentando la scuola di belle arti e mi sono accorto subito che l’incisione era il mezzo a me congeniale per esprimermi, quella era la mia strada. Ma lo choc più forte lo ho avuto quando per la prima volta alla Biblioteca Nazionale di Parigi ho potuto vedere e toccare le lastre originali lavorate dal grande inarrivabile sublime Dürer, è stata la rivelazione della mia vita. E da allora l’incisione è stata l’incubo e il sogno della mia vita, perché la visione in bianco e nero è un fatto del tutto mentale, non esiste nella natura, e nel bianco e nero si scatena tutta la mia ansia e sete di libertà espressiva, senza inseguire le mode, senza voler essere contemporaneo in tutti i modi, lo sono già abbastanza rimanendo me stesso con tutto il mio bagaglio fermentante di immagini e visioni”. Dialogo con J.M. Drot


I suoi maestri ideali sono stati Dürer, Rembrandt, Rodolphe Bresdin, il maestro di Odilon Redon, e poi naturalmente Redon, Blake e Boecklin, un certo clima della secessione Viennese, e tra i contemporanei il de Chirico metafisico, forse l’artista di oggi a me più vicino; mentre mi sono completamente estranei Picasso, Matisse, la scuola di Parigi, insomma”.


(cfr. Franco Simongini, I Miei Maestri), in “Il Tempo”), Roma, 28 novembre 1980)


1961


Parigi, giugno.

Partecipa al concorso per una borsa di studio destinata agli allievi del Lycée Technique des Arts Appliqués à l’Industrie, in rue Dupetit-Thonars, Viene assegnata per la preparazione dei futuri insegnanti di disegno tecnico. E tra vincitori. Segue i corsi solo per due anni.


1963


Brest, 22 febbraio.

Muore il padre.


Parigi.

Per molti mesi, per mantenersi, lavora di notte alle poste e di giorno copia gli antichi al Louvre. In dicembre, con Pierre Agostini, conosciuto durante uno dei giovedì trascorsi alla Scuola di Belle Arti, Ritorna a Tolone. Il Direttore della Scuola gli mette a disposizione una stanza nella quale applicarsi all’incisione e prepararsi al “Concours National de Gravure” per il Premio Roma.


1964


Marsiglia, giugno.

Sostiene la prova scritta del concorso e la supera (ottiene un 10 e lode).


1965


Conosce alla Scuola delle Belle Arti Mordechai Moreh e François Lunven con chi incide a l’atelier Lacourière Frélaut.

Incontra Rosa Estadella. Originaria di Barcellona, dove è nata il 3 marzo 1944, conosciuta a Parigi, alla Scuola delle Belle Arti. Rosa, poco prima, ha ricevuto il premio d’incisione per allievi stranieri del “Atelier de gravure Lucien Coutaud”.


Parigi, 20 luglio.

Divenuto “logiste”, sostiene la prova orale davanti a una giuria composta da 20 tra artisti e insegnanti della Scuola di Belle Arti in rue Bonaparte. Riceve le felicitazioni personali della giuria. Riparte la sera stessa per Tolone.


Tolone, novembre,

Galerie Vanel, Jean-Pierre Velly.

Prima mostra in una galleria, ha 22 anni.

Espone un gruppo di disegni e le sue prime incisioni.  

vedere le prime incisioni dell’artista


1966


Roma, 21 settembre.

Con l’opera La clef des Songes (1966, bulino, mm 375 x 447, Bodart 30) vince il Premier Grand Prix de Rome (Gravure en taille-douce), promosso dall’ Accademia di Francia, in quegli anni diretta da Balthus (Balthazar Klossowski de Rola) che il 17 dicembre gli comunica le modalità del suo arrivo a Roma.


L’incisione che gli ha permesso di vincere è “un grande bulino su rame eseguito nel 1966 che nella ricca articolazione compositiva e nella smagliante qualità tecnica, offre un saggio più che generoso della statura di questo artista.”

(cfr. Silvia dell’Orso, Jean-Pierre Velly, in Arte Fantastica e incisione. Incisori visionari dal XV al XX secolo a cura di Paolo Bellini, Editoriale Giorgio Mondadori, Milano, 1991, p.140).


Il rame di La clef des Songes è oggi di proprietà della Biblioteca della Scuola Nazionale Superiore delle Belle Arti di Parigi.


Parigi, 30 ottobre.

Sposa civilmente Rosa Maria Estadella Garcia.


Audierne, novembre.

Durante i lavori di restauro della chiesa di Saint-Raymond, viene scoperto un Cristo in legno del XVIII secolo, purtroppo in cattivo stato di conservazione. Si offre di curarne il restauro, rifacendo, senza violare lo stile dell’opera, le mani, i piedi e lo zoccolo.


Barcellona 9 dicembre.

Il rito religioso è condotto da cugini di Rosa.


1967


Roma, 1 gennaio. Gli viene assegnata la borsa di studio dell’Accademia di Francia a Roma, della quale diventa, dal 24 gennaio, per la durata di tre anni e quattro mesi, a Villa Medici, uno dei “pensionnaires”. Gli viene aperto, presso il Credito Italiano, un conto in franchi francesi sul quale il Ministero degli Affari Culturali versa la totalità della borsa.


In un’intervista realizzata da Jean-Marie Drot e pubblicata in “Villa Medici” - Journal de voyage si legge:


J.M.D. - Mi piacerebbe che raccontasse ciò che era la sua vita da “borsista”, a quell’epoca.


J.P.V - Avevo da poco terminato i miei studi, alle Belle Arti e alla Scuola del Louvre e, d’improvviso, trovarmi qui, per me fu il Paradiso in terra.


J.M.D. - Aveva obblighi precisi?


J.P.V. - Nessuno. Gli “invii da Roma” non esistevano più quando in arrivai qui. Parigi concedeva una borsa ad ogni “pensionnaire” e la sua totale fiducia. Per esempio, se un architetto desiderava studiare architettura negli Stati Uniti o in Sud America, poteva recarvisi senza alcuna opposizione. E delle stesse condizioni godevano gli altri borsisti: pittori, compositori di musica, incisori su rame, Incisori di medaglie. Per quel che mi riguarda, io sono rimasto a Roma, ho lavorato qui, senza aver mai il minimo desiderio di viaggiare. Per me la manna era caduta dal cielo col Premio. Uscivo da una situazione piuttosto sconfortevole a Parigi; ricevere circa 500.000 lire al mese, era vivere nella ricchezza. Sarei vissuto esattamente per tre anni e quattro mesi - tale era la durata del soggiorno - in uno scenario sontuoso, che non avrei neanche potuto sognare a Parigi; avevo uno studio, una casetta, del denaro, un direttore straordinario nella persona di Balthus. Mi ci vollero quasi sei mesi per sistemarmi.

A quel tempo la villa era quasi una specie di convento laico, Un luogo sacro. Non oserò dire una prigione dorata. In realtà era soprattutto un luogo di ritrovamento con se stesso. Non vi era alcuna scappatoia. Lavorare o non lavorare. Adattarsi o resistere da solitario, allacciare rapporti con artisti italiani, imparare la loro lingua, dipendeva soltanto da noi. Tuttavia, se a certuni il soggiorno alla villa sembrava troppo duro, c’era sempre la possibilità di andare per tre mesi negli Abruzzi o in Francia, dove si voleva. Alla lettera il regolamento non lo permetteva, ma Balthus lo autorizzava.”


(cfr. Dialogue entre Jean-Marie Drot et  Jean-Pierre Velly, in «Villa Medici» - Journal de voyage, a. III, n. 78, Edizioni Carte Segrete, Roma, dicembre 1989, p.25).    (leggere l’intero dialogo)


Roma, 5 novembre. Nasce il figlio Arthur.


1968


Berna, 4-30 gennaio, Galerie Anlikerkeller

Ausstellung J.P. Velly.

Espone un gruppo di incisioni.

Nel cataloghino, un testo di Hansjurg Brunner.


Si reca a Berna per la mostra. Al ritorno, Balthus gli mette a disposizione lo studio atelier di San Gaetano, più adatto alle necessità dell’incisione.


Parigi, Aprile

Petit Palais

Villa Medicis 1968, les envois de Rome. Peinture. Sculpture. Architecture. Gravure.


Espone insieme agli altri pensionati, i pittori Claude Guillemot, Jean Marc Lange, Roger Blaquiere e Freddy Tiffou, gli scultori Louis Lutz, Philippe Thill Denis Mondineu e Jacqueline Georges Deyme, gli architetti Bernard Schoebel e Jean Louis Girodet, gli incisori Brigitte Courme, Guy Jean-Claude e Janine Boyer.


Sono in mostra le seguenti opere:


1. Mascarade pour un rire jaune, acquaforte;

2. Métamorphose I, bulino (ill.);

3. Métamorphose II, acquaforte;

4. Maternité, acquaforte e bulino;

5. Valse lente pour l’Anaon, acquaforte e bulino;

6. Tête flottante, acquaforte.


Il catalogo viene stampato dalla tipografia Zampini di Roma. Vince il premio di Les envois de Rome



Parigi, 10-29 maggio

Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris

Biennale internationale de l’estampe.


Espone:


1. Mascarade pour un rire jaune, acquaforte (ill.);

2. Femme

3. Paysage


1969


Roma, gennaio. Incontra, a Villa Medici, il giornalista Domenico Petrocelli in quel momento impegnato, per il quotidiano «Il Tempo» di Roma, in una inchiesta sulle Accademie straniere in Italia. Ne diventa, in breve tempo, amico, tanto più per l’appassionato interesse dimostrato verso la sua opera che il giornalista divulga tra critici, scrittori, artisti e collezionisti quali Virgilio Guzzi, Fausto Gianfranceschi, Luigi Compagnone, Paolo Ricci, Michele Prisco, Domenico Rea, Luigi Incoronato, Mauro Masi e Lucio Migliarotti, in più occasioni ospiti del suo studio.


Viene pubblicato in Plaisir de France un articolo dedicato a “Jean-Pierre Velly” scritto da Waldemar George



Milano, maggio,

Galleria Transart (di Amadeo Sigfrido)

Jean-Pierre Velly   Incisioni: acquaforte, bulino, puntasecca.


Prima mostra italiana in una Galleria di prestigio. La mostra è più volta rimandata a causa di problemi di tipografia per il catalogo.

Amadeo Sigfrido, proprietario della Transart e specialista di Goya, scopre a Parigi alla stamperia d’arte Lacourière-Frélaut due incisiori giovani di talento, François Lunven (1942-1971) e Velly.


Espone, come da elenco in catalogo:  (vedere tutte le incisioni qui)


1. Paesaggio d’Ollioules, 1964, acquaforte, (ill.);

2. Lumache, 1964, bulino, (ill.);

3. Piedi crocifissi, 1965, acquaforte, (ill.);

4. Maltempo, 1965, acquaforte, (ill.);

5. Sfera, 1965, acquaforte, (ill.);

6. Caduta, 1965, bulino, (ill.);

7. Omaggio a Bresdin, 1965, acquaforte, (ill.);

8. La vecchia, 1966, bulino (ill.);

9. La chiave dei sogni, 1966, bulino (ill.);

10. Maternità 2, 1967, bulino (ill.);

11. Maternità 1, 1967, acquaforte, (ill.);

12. Mascherata per un ridere giallo, 1967, acquaforte, (ill.);

13. Trittico (Valse lente pour l’Anaon), 1967, acquaforte e bulino, (ill.);

14. Maternità con gatto, 1968, acquaforte e bulino, (ill.);

15. Trinità dei Monti, 1968, bulino e acquaforte, (ill.);

16. Rosa al sole, 1968, acquaforte e bulino, (ill.);

17. Acqua di colonia Ma joie, 1968, acquaforte, bulino e puntasecca, (ill.);

18. Montagna di immondizie, 1969, acquaforte, bulino e puntasecca, (ill.);

19. Senza rumore, 1969, acquaforte, bulino e puntasecca, (ill.).


La mostra è presentata in catalogo da Waldemar George, con un testo già apparso, nel 1968, sul n. 351 di «Plaisir de France»:


In una recensione di Riccardo Barletta, si legge:


“Il presentatore Waldemar George indica maestri o modelli di Velly nientemeno in Dürer e Cranach, Altdorfer e Seghers, e i suoi numi in Bosch e Bruegel. Lo spettatore potrà rendersi conto non solo dell’alta maestria tecnica del giovane incisore, ma soprattutto della sua perfetta adesione (sia linguistica che emotiva) alla lezione dei grandi maestri citati.

Ci si può ricollegare al passato, o essendone eredi, o imitandolo. Il nostro non è nè l’uno, nè l’altro caso. Con espressione del Panofsky direi che siamo invece di fronte ad un pathos della lontananza. Velly riconquista infatti uno stile e una moralità, che sembrano antistorici, solo perché ambedue esprimono ormai anche oggi una situazione di travaglio, che si è fissata nella cultura come qualche cosa di tipico e di permanente. Il pathos sta nel suo amore umanistico, non in un ricupero, la lontananza sta nel significato attivo che hanno talvolta le assenze, più che le presenze”

Riccardo Barletta, Giovane d’oggi che vive ieri, in «Avvenire», Milano, 27 giugno 1969).


Giorgio de Marchis:


“Quei nudi femminili, così bene idealizzati e fluenti nella linea, sono sorelle delle eve e delle veneri del rinascimento nordico; ma sono anche, se non creature, sogni di oggi, proiezioni della fantasia e del sentimento di un olimpo subito smitizzato e rivisto con crudele occhio scientifico. Dietro la perfetta immagine della dea, spaccata e aperta come un modello per scuola automobilistica, la macchina del corpo senza più misteri, visceri, vene e muscoli che sono anche ingranaggi, tubi e leve. La fuga e il ritorno, la grandezza della natura e le sue servitù, che sono poi anche quelle della psiche. Velly usa il bulino, l’acquaforte e la puntasecca, separatamente e associati, con eguale talento; rompe la prospettiva e moltiplica i punti di vista. Innalza i mitici paesaggi dei mucchi di rifiuti, ed in almeno un’occasione (il grande Paesaggio d’auto) usa la luce e lo spazio in modo da meritare gratitudine”.


(cfr. Giorgio De Marchis, Le Mostre, in l’Espresso, a. XV, n. 24, Roma, 15 giugno 1969).


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