Intervista a Giuliano de Marsanich
a cura di Francesca SACCHINI
2010-2011
Signor De Marsanich, dato che Lei è un uomo di cultura e nel corso della propria vita ha avuto la possibilità di frequentare diversi ambienti intellettuali ed artistici, mi può raccontare quali sono le sue origini e qual è stato il clima culturale in cui si è formato?
Io sono romano, sono nato in una famiglia fascista in un periodo precedente alla seconda guerra mondiale, mi sono iscritto all’università e l’ho completata laureandomi in legge; tuttavia ho subito rifiutato questa ipotesi ed ho iniziato dopo la laurea a fare il ceramista. Andai presso lo studio di un bravissimo ceramista che è Nino Caruso, essendo suo ospite per lungo tempo, poi ho aperto uno studio mio e sono stato lì fino al 1962. Allora ero sposato e nel ‘62 ci fu questa cosa nuova della nascita di un figlio, allora mi posi seriamente il problema che non era facile coniugare una vita così, chiamiamola con scherzo "bohémien" con la vita familiare. Così decisi di aprire una galleria d’arte, cosa che accadde nel ‘62. Ebbi certa fortuna, perché io avevo dei vecchi amici come, non so, Attardi, Vespignani, che mi diedero una mano, collaborarono con me, e questa iniziativa che era un po’ avventurosa ebbe un certo successo, che è durato cinquant’anni. E questa galleria diventò anche un centro di incontri, vi fu tutta una parte che riguardava l’arte figurativa, in un primo periodo abbastanza lungo mi occupai degli artisti, chiamiamoli così, "romani", insomma gente che ha vissuto a Roma, come Guttuso, Maccari, lo stesso Vespignani, e feci una serie di mostre che ebbero un certo successo. A lato dell’attività figurativa, che era una mia vecchia passione, vi fu un’attività di tipo letterario, abbastanza lunga e abbastanza densa, facemmo una serie di incontri con Moravia, Bassani, Bertolucci, ed anche quella mi diede una grande soddisfazione.
Poi ci fu l’incontro fatale, e fu con Jean-Pierre Velly. Conobbi questo giovanissimo artista francese, che era stato ospite di Villa Medici, con il quale ci fu da subito un sodalizio molto forte, che non era solo "il mercante" e "l’artista", ma era un sodalizio amichevole molto intenso. Questo si estrinsecò in una serie di mostre che io gli feci, e Jean-Pierre ebbe anche la stima, l’appoggio di grandi critici.
Con Lei si era instaurato questo rapporto particolare, questa sintonia che col passare degli anni si è trasformata in una vera amicizia...
Profondissima...E penso sia stato il personaggio più importante della mia vita.
Che rapporto avevate Lei e Velly?
Per prima cosa non c’è mai stata la differenza gerarchica, nonostante l’età ed il mestiere che io facevo. Avevamo un rapporto estremamente paritario, lo trovai un personaggio di altissima qualità artistica ed altrettanto altissima qualità umana. Lui ha vissuto per molti anni in un paesino vicino a Roma, a Formello, e viveva come si potesse vivere nel medioevo; aveva un rapporto con la natura, con gli altri, di una umanità profondissima. Per cui la coincidenza era assoluta tra il suo essere, il suo vissuto, con le cose che lui faceva in arte, che è una cosa abbastanza rara, perché spesso fra le opere dell’artista e la sua natura e la sua vita ci sono dei contrasti inconciliabili, anche un po’ ridicoli qualche volta, purtroppo. Per esempio quelli che professavano grande simpatia, non so, per il mondo del lavoro, della povertà, che poi vivevano come dei principi ricchissimi.
E la sua galleria, rispetto a tante altre che erano presenti a Roma in quel periodo, che ruolo aveva?
Sai, ogni galleria assume negli anni le caratteristiche di chi la dirige. La Don Chisciotte, ripeto, per cinquant’anni è vissuta un po’ fuori di certi schemi, a cui siamo abituati, no? Lo stimolo di molti mercanti è di guadagnar dei soldi. Questa non è mai stata la mia caratteristica prioritaria, ho preferito proporre una serie di artisti oltre Jean-Pierre, ricordo alcuni incisori cecoslovacchi, incisori francesi assolutamente sconosciuti in Italia, con dei livelli di bravura straordinari; cioè quello che mi piaceva, quello che mi stimolava nella mia attività era proprio di ricercare alcuni valori spesso sconosciuti, nascosti, con questo pensavo di poter esercitare una funzione, diciamo così, culturale, ecco.
Nell’ambito dell’attività culturale che si svolgeva all’interno della sua galleria, mi può parlare di Alberto Moravia e di che relazione ebbe col personaggio di Jean-Pierre Velly?
Moravia, che tra l’altro era anche mio cugino, si innamorò di Velly; insieme siamo andati molte volte e Formello a trovarlo, a parlare con lui, e scrisse una bellissima presentazione al catalogo di una sua mostra. Anche se era una delle figure più rappresentative non fu l’unico, cioè Jean-Pierre riuscì, proprio per la sua grande qualità e artistica e umana, ad entrare nel cuore di molti intellettuali di valore.
Mi può fare un ritratto di Jean-Pierre Velly come uomo e come artista?
Lui era un giovane di una sensibilità molto forte, era una specie di Cristo laico, un uomo che portò sulle sue spalle un po’ il dolore del mondo, e questo peso alla fine lo ha schiacciato. Per cui la sua vita non è stata serena, lui aveva sempre questo senso panico della natura che poi si esprimeva nelle sue incisioni, nei suoi quadri, era un uomo che sentiva molto il dolore del mondo, ed aveva questa meravigliosa caratteristica della estraneità assoluta al denaro.
Che rapporto aveva quindi col denaro?
Niente! Si disinteressava assolutamente al denaro. Cioè, lui ha vissuto la sua breve vita, perché è morto a 46 anni, profondamente legato all’umanità che lo circondava. Poi questo peso che portava era diventato un po’ insostenibile. Per cui, ad esempio, lui beveva molto, si rifugiava nell’alcool da questo "dolore della vita". Era un laico, quindi non credeva nel padre eterno, per cui la realtà del quotidiano era una realtà definitiva, non essendoci la speranza, o un timore, di un altro mondo dopo la morte.
Poi morì. A 46 anni, in una maniera ridicola, se si può usare un termine così. Era sul lago di Bracciano, in catamarano, lui non sapeva nuotare e non si era legato come si doveva all’albero. Cadde in acqua e lì è rimasto. Poi il suo cadavere non è stato mai ritrovato, e per questo nacquero una serie di leggende sul suo conto. Ha lasciato un profondo senso di amore nei tanti amici che lui aveva, che lo ricordano come se fosse ieri.
Quindi una leggenda alimentata anche dal fascino che aveva la sua figura d’artista...
Molto forte. Poi ci sono alcune sue opere che in qualche modo preconizzano questa sua morte. Ci sono questi suoi autoritratti molto drammatici, molto belli, nei quali spesso vedevi la sua figura che era una figura che bussava alle porte della morte, e questa bella signora ad un certo punto la porta l’ha aperta.
Per quanto riguarda la poetica dell’artista, che caratterizza in particolar modo le sue incisioni, me ne può parlare?
Lui è stato, credo, uno dei più grandi incisori che siano mai esistiti. Ebbe come figura di riferimento il Dürer, e lui ebbe la sfacciataggine di lanciare un guanto di sfida. Recentemente c’è stata una sua grande retrospettiva in Germania... io non so chi altro potesse tenere lo stesso livello.
Era molto bravo...
Sì, perché aveva una competenza tecnica magistrale. E la cosa importante è che questa tecnica non ha mai sopraffatto la poetica, è sempre stata un mezzo attraverso cui la poetica potesse esprimersi.
Quale è stata la sensazione che ha provato la prima volta che si è trovato davanti ad una sua opera?
Beh, è stato un innamoramento. Dalle sue opere fuoriusciva un mondo fantastico, così affascinante; e mi legò, mi imprigionò in qualche modo. È stata una collaborazione che è durata tanti anni.
L’arrivo di Velly in galleria ne modificò in qualche modo la linea?
Abbastanza, perché diventò la figura preminente della galleria. Gli ultimi anni in qualche modo l’artista della galleria si poté identificare con la sua figura.
Essendo bretone e dunque proveniente dal nord subì fortemente l’influenza dei maestri nordici. Quanto questa influenza venne contrastata da quella dei maestri romani una volta venuto in Italia?
Penso che la sua Weltanschauung, come si diceva una volta, fosse esclusivamente nordica. L’influenza del nostro paese nei suoi confronti sicuramente c’è stata ma in modo larvale direi, senza andare ad intaccare la sua fisionomia, sicuramente nordica.
Sa dirmi quanto l’esperienza di Villa Medici abbia significato per Velly nella sua carriera e nella sua vita?
Jean-Pierre era di una famiglia modesta, quindi è facile immaginare questa ospitalità meravigliosa di Villa Medici, che accoglie i propri artisti in un contesto direi principesco, diretto allora da Balthus, che era un grande e straordinario personaggio. Per cui Jean-Pierre rimase stupefatto da questo mondo che nemmeno aveva immaginato esistesse, un bello studio, dei servizi bellissimi. Però la sua identità a mio parere era così forte da non essere intaccata da tutto questo. Quindi sì, viveva a Villa Medici, qui vinse anche un premio come miglior allievo dell’Accademia di Francia, il rapporto con i suoi colleghi fu bellissimo; però, ripeto, lui era inattaccabile, insomma.
E Balthus quanto fu importante per Velly?
Credo che abbia avuto un ruolo marginale, perché Balthus era un grande aristocratico che aveva un solo valore, che era lui stesso. Per cui, vivendo da grande principe, in qualche modo si disinteressava dell’esistenza degli altri. So che diede dei giudizi molto lusinghieri su Jean-Pierre, ma non di più.
Abbiamo detto che ad un certo punto decise di andare a vivere a Formello, questo piccolo borgo alle porte della capitale. Perché Velly scelse proprio Formello?
Scelse Formello per una ragione, diciamo, molto "povera", cioè lui, avendo pochi soldi, cercò una soluzione economica. Questo da una parte, dall’altra Formello era un paesino, specialmente allora, molto chiuso, quasi medievale, per cui lì trovò il proprio ambiente ideale.
Crede che questo trasferimento abbia comportato qualche evoluzione nella sua arte?
No, poco, pochissimo. Può sembrare poco credibile, ma lui era così ricco dentro che dovunque andasse era sempre se stesso. La sua personalità era così forte, così drammatica direi, che lui poteva stare benissimo in qualsiasi luogo. Formello gli permise di vivere in uno studio sicuramente affascinante, pieno di pipistrelli morti, di ossa di animale, che creava una suggestione molto forte. Ma non c’era niente di letterario in questo, era semplicemente l’ambiente che lui voleva, era l’acqua nella quale lui nuotava.
E come lavorava? Che rapporto aveva con i materiali e con le tecniche che utilizzava?
Lui aveva due campi d’azione diversi: uno era l’incisione, un sogno costruito da lui stesso, aveva una grande bellezza, viveva ore ed ore della giornata chiuso come un baco da seta; mentre invece per la pittura aveva bisogno di uscire dallo studio ed aveva bisogno di un rapporto più diretto con la natura. Dipinse una serie di alberi che sono molto belli, e poi quando io andai a vedere, in realtà era poco più di un alberetto questa figura maestosa che lui aveva espresso: era lui, non era l’alberetto, perché l’alberetto era modesto. Lui nasce come incisore, da ragazzo. Dalla Bretagna si trasferì a Parigi, in condizioni di estrema povertà; mi narrava che insieme ad un suo collega francese avevano affittato una stanza modestissima con un solo letto. Sembra una barzelletta ma non lo è: un giorno l’uno, un giorno l’altro dormivano nel letto al posto della poltrona, quindi nell’indigenza più assoluta.
Tra le tecniche a cui si dedicò c’è quindi una attraverso la quale si espresse meglio delle altre?
Sì, il bulino. Fu un maestro del bulino, che è una tecnica di grande difficoltà, di una sapienza meccanica molto alta. E nel bulino lui ha dato il meglio della sua opera.
Per quanto riguarda il suo nucleo familiare, era una famiglia come le altre o subiva l’influsso di questo capofamiglia fuori dagli schemi?
La moglie, Rosa, era anche lei un’artista e lei ha pagato un pedaggio molto forte alla sua identità di donna. Le normali contraddizioni lì erano accentuate, per cui chi curava i figlioli, lui ne aveva avuti due, chi mandava avanti la casa era lei, e nello stesso tempo lavorava, anche con buoni risultati. Ma su dieci persone che li andavano a trovare almeno nove andavano lì per Jean-Pierre. Ora, questo non può non aver creato un danno psicologico in una persona. Cioè essere la moglie di un grande aveva significato per lei non soltanto esserne eclissata completamente, ma secondo me suscitò, in modo consapevole o meno, una forma di gelosia, di veleno, molto forti. Poi Jean-Pierre come amico era una persona meravigliosa, come marito forse un po’ meno e questo menage ad un certo punto si ruppe. E lui ebbe l’avventura di incontrare una giovane donna, molto carina, molto fresca, che si innamorò perdutamente di lui. Si trasferì a Formello, comperò una casa davanti allo studio di Jean-Pierre, e vissero una relazione molto appassionata. Io sono molto grato a questa signora, perché secondo me Jean-Pierre era diversi anni che era maturo per morire, non ce la faceva, e lei, con questo suo amore, con questa sua passione, lo tenne in vita per ancora almeno due o tre anni. Poi quando lui morì l’ipocrisia raggiunse dei livelli grotteschi. La moglie si impossessò del “cadavere” e divenne lei la grande vedova quando non aveva più nessun senso, perché non l’amava più, non si sentivano più. Mentre invece questa ragazza fu messa in disparte.
I figli, una volta grandi, seguirono le orme del padre, si occuparono della sua attività?
No. Ebbe due figlioli, una ragazza ed un giovane. Sono due ragazzi deliziosi, ma dei ragazzi normali, non si occuparono dell’attività del padre.
Che rapporto aveva con i critici che scrivevano su di lui?
Cercai di intrattenerci dei rapporti con questi storici, con questi critici, e lui faceva di tutto per mandarli alla malora. Qualche volta faceva delle scene poco convenevoli. Lui aveva molta più fascinazione per i letterati veri e propri, cioè per degli artisti come lui, apprezzava di più l’interessamento motivato al mondo dell’arte.
Che cosa succede dopo la morte di Velly, chi si occupa del suo lavoro?
Lui ed io avemmo l’avventura di raggiungere un buon mercato, quindi quando morì nel suo studio c’era assai poco perché per fortuna, o per sfortuna, avevamo venduto gran parte delle opere che lui creava. E poi in qualche modo sono stato io ad occuparmene. In seguito, invece, si è inserito un mercante francese, che ha avuto anche lui un innamoramento postumo per Velly. È lui che ha organizzato quella bellissima mostra in Germania, un’altra bellissima mostra a Firenze, un uomo che si è appassionato molto, adesso è lui che porta avanti questa vicenda. Si chiama Pierre Higonnet.
La Galleria Don Chisciotte ha chiuso dopo cinquant’anni di attività. Pensa che al giorno d’oggi in Italia o più in particolare a Roma esistano delle gallerie paragonabili alla sua?
Mah io direi di no. Perché la situazione del mercato d’arte, negli ultimi anni, ha subito una trasformazione profonda. L’aspetto strettamente economico ha preso il sopravvento in maniera sproporzionata, si è parlato spesso delle opere d’arte come forma di investimento finanziario, che io trovo un orrore. Si parla di un’opera d’arte come di una cambiale, un investimento terriero. Non ha senso.
Crede che in Italia vi sia una qualche alternativa al mercato globalizzato?
La realtà italiana, adesso purtroppo non solo quella italiana, è stata investita da questa crisi economica molto forte, per cui gente che credeva di avere alle pareti una gran quantità di milioni ha visto svanire questa illusione. È venuto a mancare quell’appiglio economico su cui molti puntavano. Se l’elemento più importante è quello economico, nel momento in cui quello stesso elemento viene ad affievolirsi viene a mancare un po’ la ragione.
Il buon collezionista, l’intenditore d’arte è quindi una razza in via di estinzione ?
Si è molto ridotto. Ricordo in tanti anni proprio la trasformazione psicologica del collezionista, nei primi dieci - vent’anni il ceto che si avvicinava ad una galleria d’arte era un ceto molto colto, non di persone ricche, naturalmente nemmeno povere, diciamo un ceto medio professionale che era stimolato dal grande interesse, dalla grande passione, dalla grande emozione che queste opere davano. Poi la società italiana si è trasformata. Non dico in bene o in male, però si è trasformata. È diventato un paese molto materialista, molto edonista, dove il metro del denaro è diventato di una supremazia assoluta, dove la volgarità si è diffusa molto. Per cui questi isolotti di collezionisti e di appassionati esistono ancora ma sono come un arcipelago, abbastanza minacciato. Ho visto nascere una serie di gallerie che potresti confondere con dei supermercati.
Per quanto riguarda invece le quotazioni delle opere d’arte di artisti come Velly?
Beh, lui ha mantenuto una sua forza, perché, per tutto quello che abbiamo detto, la spinta degli acquirenti nei suoi confronti era una spinta anche spirituale, quindi con lui non si è visto questo vendersi le cose come dei terreni agricoli...
Pensa che la qualità, l’abilità tecnica dell’artista sia una cosa che paghi o che
conti più poco oggi come oggi?
Io direi una via di mezzo. Certo la società è una società che è diventata sempre più volgare, nell’apparire, per cui queste miniere di qualità di artisti come Jean-Pierre interessano di meno, perché sono in disarmonia con la società nella quale viviamo noi, non c’è nessuno che possa negare la sua bravura, però è un meccanismo di interesse diverso.
Anche Giorgio Morandi viveva appartato e lontano dai clamori. Velly lo ha conosciuto? Che ne pensava?
No, Morandi era morto già da diverso tempo. Lui ne aveva una grande stima, ma più che come artista principalmente per la sua figura di uomo restio che viveva al di là della società, era un isolato, un uomo che ci metteva dei mesi a volte per fare un quadro; per cui anche Morandi era una delle pochissime figure non intaccate dal denaro, ma non per umiltà: Velly e Morandi sono dei superbi, non sono degli umili. Cioè, con i soldi non li compri. Il denaro è stata una brutta bestia. Morandi è stato quindi in qualche modo raffigurabile con Jean-Pierre, perché erano uomini che guardavano ad incontri strumentali. Oggi molti artisti li vedi dappertutto, che vogliono intrattenere relazioni. Loro no, loro erano dei solitari, erano delle belle anime. Con questo non voglio santificare nessuno, però sono dei personaggi rari, molto preziosi. Sai gli artisti italiani degli anni ‘60 e ‘70 hanno guadagnato delle cifre enormi, esagerate, e questo lo puoi fare solo se ami il denaro. Per fare il denaro bisogna amarlo. Devi andare a cena con il capo di visione, così ti compra il quadro, con il direttore di qualche museo. Ma questo non è amore per l’arte, è amore per i soldi. Per cui assisti a cose un po’ ridicole, alcuni pittori facevano sempre lo stesso quadro perché vendevano quel quadro, e la gente li comprava perché li vedeva in casa di altri e allora li volevano avere anche loro.
Vespignani, invece, lo conosceva? Se sì, lo frequentava?
Vespignani rappresenta un po’ l’alfiere di quello che abbiamo detto finora, perché lui è stato un notevole artista, specialmente nel disegno e nell’incisione, a mio parare abbastanza meno come pittore. Lui era un intellettuale, un uomo sensibile...
E che rapporto aveva con Velly?
Così...quasi inesistente, si sono incontrati qualche volta in galleria ma non di più. Vespignani è stato in qualche modo l’archetipo di questa trasformazione, un bell’intellettuale, impegnato in tante cose belle ma, per l’esempio che ti portavo prima del quadro unico, lui era ossessionato dalla richiesta dei clienti del gasometro. Tutti volevano il gasometro. Ora sai, è facile per noi sentenziare, ma se uno ti bussa alla porta e ti porta un bell’assegno su un vassoio non so quanto sia facile rifiutarlo!
Quindi aveva un modo di vivere il proprio mercato molto diverso da come lo viveva Velly...
Direi l’opposto...Sai, Renzo è stato un uomo molto fortunato. Lui da giovanissimo incominciò ad avere dei grossi successi con Gaspero del Corso, nel ‘46-’47, subito dopo la guerra, un successo economico che non è mai cessato. Vuol dire anche una quantità di denaro non indifferente...e quando hai molto denaro poi lo devi spendere, per cui c’è la bella macchina, la bella casa, quello che è la normalità. Se tu dici "sì" poi è difficile chiudere la serratura. E per quanto riguarda il personaggio di Renzo era un dispiacere molto più forte che per altri, perché, ti ripeto, era un uomo di grande sensibilità, di grandi curiosità culturali, aveva un impegno politico che lo aveva caratterizzato per molti anni. Che ci vuoi fare...
Il Partito Comunista ha influenzato l’opera e la vita degli artisti operanti in Italia nel dopoguerra?
Beh ebbe un’influenza notevole, sì. Ci fu un’egemonia comunista nei confronti della cultura in generale e delle gallerie in particolare; critici come Micacchi, Morosini, Del Guercio, facevano un po’ il bello e il cattivo tempo. E poi ci fu questa presenza egemone di Guttuso, che fu secondo me molto deleteria, perché vi fu il fenomeno del "Guttisismo", con delle pagine ridicole. Non so, per esempio: Guttuso faceva un quadro con un minatore e l’acquirente di quel quadro era il padrone della miniera, non quelli che lavoravano. Quindi il potere fu esercitato spesso in maniera molto decisa, il fronte unitario delle arti si spaccò perché Togliatti disse che il popolo non capiva l’arte astratta e gli astrattisti diventarono poco più che servi dell’America, bischerate ignobili con un potere mercantile molto potente. Per esempio il caso della galleria La Nuova Pesa, che è stato un po’ il centro di tutto questo affare, che fece una serie di mostre bellissime tra l’altro, però il proprietario di questa galleria era Marchini, cioè un grande costruttore, un costruttore "rosso".
Quindi anche Guttuso fu importante e determinante, almeno in un certo periodo, in Italia?
Era un centro di potere molto influente. E le sue vicende sono state, diciamo così, risibili, grottesche.
Era molto interessato al denaro...
Beh sì...Quando si invecchiò, lui che era comunista, un ateo fermissimo, vacillò in questa sua situazione di ateismo; ed i preti, come spesso accade, si avvicinarono al suo capezzale come dei corvi e riuscirono ad influenzarlo in senso religioso, perché la paura, il terrore della morte in un uomo che non sta bene è molto profonda. Come il caso di Guttuso ce ne furono tanti, uomini che per tutta la vita sono stati laici, atei, poi più in là, vicino al soglio... Poi ci fu questo caso clamoroso dei due funerali: da una parte il Partito Comunista organizzò questo grande funerale laico mentre a poche centinaia di metri ci fu un funerale religioso. La massima espressione dell’ipocrisia. Io nei confronti di Guttuso non posso che avere grande simpatia, perché lui con me fu molto gentile dandomi delle sue opere a prezzi buoni, come si dice, però... Anche questa sua piccola regia, che era Palazzo del Grillo, era diventata insostenibile, perché lui era sì comunista, ma anche siciliano. Faceva venire il barbiere a casa e si metteva su una sedia, una poltrona con una serie di intellettuali anche di buonissimo livello attorno a sé, come un piccolo monarca.
Anche Pablo Picasso praticava l’incisione?
Sì, è stato un buon incisore, è stato sicuramente un grande artista. Come uomo sicuramente era una canaglia, era un uomo cattivo, specialmente nei confronti delle donne, era violento, non certo una bell’anima come Velly. Ma questo riguarda solo la sua persona.
Il caffè Rosati in Piazza del Popolo a Roma era un punto di ritrovo per diversi artisti. Lei e Velly lo frequentavate?
No, non è pensabile, e poi la cultura di Rosati è un po’ precedente a Jean-Pierre. Ed in seguito si trasformò, così, in quello che era stato Rosati, per cui dopo gli anni ‘50 ed i primi ‘60 non ci andavano più gli artisti ma quelli che li volevano vedere.
Le va di parlarmi di cosa successe il giorno dell’incidente?
Lui stava in barca con il figliolo, molte persone hanno ipotizzato che lui si sia suicidato, ma non è vero. Non ci si suicida davanti al figlio. Semplicemente è caduto in acqua e le sue condizioni fisiche erano molto delicate, per cui c’è rimasto, forse per un attacco al cuore.
Le ricerche sono state piuttosto complesse...
Io ebbi modo, mediante l’amicizia con l’allora sottosegretario alla presidenza del consiglio, di far fare delle ricerche molto accurate, per cui ci furono dei reparti di subacquei specializzati all’opera, ma non c’è stato niente da fare. Ora questo non è un caso eccezionale, perché le acque del lago sono acque vulcaniche, quindi ci sono all’interno delle forti correnti e molta vegetazione limacciosa, e questo è il motivo per cui molte persone che vi annegano non vengono più ritrovate, perché rimangono imprigionate.
I fondali dei laghi, purtroppo, sono spesso estremamente impenetrabili. Vedo il suo grande ritratto alle sue spalle. Me ne può parlare?
Io avevo una casa a Castello di Porto, che è un paese vicino Roma, dove per un po’ di tempo ho abitato. E lui venne a farmi questo ritratto, io gli dissi "Guarda Jean-Pierre, se vuoi vengo io..." ma non volle, perché lui voleva ritrarmi nell’atmosfera di casa mia. Questi sono momenti molto emozionanti perché quando lui disegnava, ti sembrerò esagerato, ma sembrava un sacerdote.
Aveva una vera devozione nei confronti della propria arte...
Ti ripeto, come un sacerdote. Sono ricordi indimenticabili.