Waldemar George (1968)
Un visionario della giovane incisione:
Jean Velly
Plaisir de France, n° 351, gennaio 1968
Formatosi alla Scuola di Arti Applicate e poi alle Belle Arti di Parigi, Primo Gran Premio di Roma di incisione nel 1966, Jean Velly si afferma a ventiquattro anni come uno degli incisori più dotati e originali della sua generazione, in un ambito che egli ritiene proprio della sua arte: quello dell'immaginario e del fantastico.
Jean Velly si vede conferire nel giugno 1966 il Primo Gran Premio di Roma di incisione. Questo artista fuori dal comune, che ormai lavora in Italia e che ha sotto gli occhi i paesaggi ispirati del Lazio, è un visionario orientato verso il Nord. Le sue stampe a bulino, di una scienza enigmatica, di una tecnica raffinata, rivelano la sua filiazione.
Senza dubbio si scorgono nelle sue pagine alcune similitudini con la scrittura grafica di Marcantonio. Senza dubbio ha messo a profitto la lezione di Bresdin. Ma i suoi punti di riferimento sono Dürer e Cranach, Altdorfer e Seghers. Se invoca Hieronymus Bosch e Bruegel, è perché l'irrealismo di questi vati lo attrae.
Il premio attribuito a Velly dalla giuria della Scuola di Belle Arti, areopago di cui fanno parte d'ufficio membri dell'Istituto, attesta l'evoluzione dell'accademia di rue Bonaparte. Qualche anno fa, una tale scelta era inconcepibile. Infatti, Velly non si limita a riprendere la fiaccola dei vecchi maestri e a imitarli. Adatta i loro dati a fini originali. Crea il suo universo. Solo un esperto è in grado di rivelare le sue fonti. Il suo dialogo con la Storia dell'arte porta il sigillo di un uomo del XX secolo. I suoi cambiamenti di struttura saranno messi in parallelo con quelli di Tanguy, di Giorgio de Chirico e di Oscar Dominguez.
Velly elabora uno spazio onirico che si discosta dalla norma. L'estensione è trattata, da questo incisore che è anche un taumaturgo, come una materia duttile. Le regole di un'arte classica presunta intangibile, sono violate o, almeno, trasgredite. Una realtà adeguata ai principi che reggono il meccanismo dell'occhio lascia posto, in questi miraggi che sono le tavole strane di Jean Velly, a una prospettiva qualificata come multipla. Ogni elemento della composizione ha la propria prospettiva, e questa pluralità di punti di vista permette all'artista, questo sognatore ad occhi aperti, di tradurre l'invisibile al di là del visibile.
Jean Velly sembra sfidare le leggi della natura. Le sue forme vegetali e le sue forme meccaniche, le sue forme antropomorfe e le sue forme minerali si affrontano e si intrecciano, si incrociano e si confondono. In questo impero bizzarro, fabbricato di sana pianta, delle rocce di uno stile geometrico si trasformano in teste mostruose. Dei pezzi staccati, assemblati in modo arbitrario, assumono l'apparenza di macchine infernali o di macchine volanti. Degli esseri umani che sono degli scorticati, dei corpi mangiati dai vermi, dei marmi antichi, le cui viscere sono fatte di ingranaggi, di cordami, di tubi, di bielle e di pulegge, e delle dee della fecondità, simboli della terra-madre, animano un regno nato dallo spirito chimerico di un poeta.
Le immagini di Velly e la loro tessitura plastica non possono essere dissociate. Concorrono a un effetto d'insieme e sigillano così l'unità interiore di un'opera che sfugge alla comune misura.
W. G.