Velly      Fausto Gianfranceschi (1993)
 

Fausto Gianfranceschi

Italia mon amour, firmato Velly

in “Il Tempo”, 20 ottobre 1993





Villa Medici dedica una mostra al prestigioso “pensionnaire”

degli anni ‘60




Quel bretone visionario inghiottito dal lago di Bracciano



Jean-Pierre Velly torna con una grande mostra all’Accademia di Francia, dove cominciò il suo viaggio italiano, conclusosi tragicamente nelle acque del lago di Bracciano, quando l’artista aveva appena 47 anni. È stato un viaggio sfolgorante, fecondo di opere che lasceranno un segno nella storia artistica del XX secolo.


Velly nasce in Bretagna, a Audierne, nel 1943. A ventitré anni vince a Parigi un riconoscimento prestigioso, il “Premier Grand Prix de Rome” per l’incisione, con un bulino che resterà fra le sue opere più noti: “la Chiave dei sogni.” Il premio gli frutta il pensionato a Villa Medici dal 1967 al 1970. L’ho conosciuto lì, in quegli anni, su segnalazione dell’amico Petrocelli, ed ebbi subito l’impressione di una personalità forte, drammatica, interamente votata all’arte, dotata di un talento raro, ove passione per il mestiere e ispirazione metafisica trovavano un felice punto d’incontro.


In quegli anni Velly sviluppa la sua inclinazione  per la grafica, come attenzione all’essenziale estetico. Dichiara infatti in un’intervista: “Ho scelto il più povero dei linguaggi, l’incisione, il nero, il bianco, il punto. Il bianco è l’accettazione di tutti i raggi solari; il nero la loro negazione totale... Per tanto tempo mi sono costretto a quest’ascesi, rifiutando ogni artificio.” Tra i suoi maestri dichiarati: Rembrandt, Schongauer, Dürer: Velly non mira in basso, ed è saldamente legato al filo della tradizione in cui innesta la sua inquieta sensibilità moderna. D’altronde un’accorata citazione di Dürer è riconoscibile nella bella incisione “Qui sait?” del 1973 con il ricordo del cane accucciato nella “Melancolia”.


Finito il periodo di ospitalità a Villa Medici, Velly vince a Parigi il “Gran (sic) Prix des envois de Rome (1)”, ma decide di non tornare in Francia, sceglie di restare in Italia, la sua seconda patria, come tanti nordici “italianizzanti” del passato, e si stabilisce a Formello, nel centro storico dell’antico paese etrusco. Qualcuno si è stupito della scelta, cercandone vanamente la ragione, come Guido Almansi sul numero in corso di “Arte”: perché un nordico che non ha tradito la sua ispirazione d’origine si è innamorato della luce e del colore dell’Italia del Sud? A parte il fatto che qui siamo nel Centro, professore Almansi; a parte il fatto che questo tipo di incontro ha una storia plurisecolare; a parte tutto questo, bisogna non conoscere il Lazio, le sue profonde incisioni geologiche, le sue selve, i suoi torrenti, i suoi pascoli, per non capire quale struggente risonanza possa suscitare nell’animo di un artista.


La visita allo studio di Formello era una sorprendente inversione temporale. Il locale oscuro, quasi sotterraneo, senza apprezzabile arredo fra i muri vecchissimi, aveva qualcosa dell’antro dell'alchimista. In un angolo una pressa per la stampa delle incisioni cui Jean-Pierre provvedeva personalmente; dappertutto gli strumenti del mestiere, e fiori secchi, animaletti stecchiti, bucrani. Qui Velly ha cominciato a passare dalla grafica alla pittura, con una ricerca lenta ma costante. L’ultima volta che l’ho incontrato - una tetra giornata di pioggia, l’umidità trasudava dai muri - Velly era intento a dipingere un impressionante autoritratto, la figura ascetica, il volto e lo sguardo pietrosi. Di lì, a poco, nel maggio del 1990, Velly annega nel lago di Bracciano, cadendo da una barca a vela. Il funerale nella chiesa di Formello si svolge senza il corpo, che non sarà più ritrovato. Nei laghi vulcanici, succede.


A tre anni della scomparsa, l’Accademia di Francia a Roma dedica un’ampia mostra al suo sfortunato ma prestigioso “pensionnaire”: per la prima volta sono raccolte circa 140 opere tra dipinti a olio, acquarelli, tempere, incisioni e disegni, con un bel catalogo edito dai Fratelli Palombi, a cura di Giuliano de Marsanich. L’esposizione, così ricca, è particolarmente importante perché rivela il Velly pittore, mentre finora si privilegiava l'incisore. Non che ci siano rotture fra i due modi espressivi, perché l’ispirazione di fondo rimane la stessa; ma il discorso si completa, Velly non rimane fissato a un “genere”.


L’incontro fra il bretone e il paesaggio laziale è davvero strano. Nei secoli scorsi la classicità, i ruderi, lo scorcio arcadico, il folclore, incantavano l’occhio dell’artista straniero. Nell’opera di Jean-Pierre, niente di questo. C’è un intento archeologico, ma molto sottile, volto piuttosto a scavare sotto gli strati dello sguardo moderno e superficiale, che non sa più vedere la bellezza nelle cose apparentemente comuni della Creazione. Jean-Pierre non è un ecologista alla moda, egli sa che la natura non muore, piuttosto si trasforma; ciò che si rischia di morire è la percezione dei segreti e dei simboli naturali. Perciò rincomincia di lì, dal minimo: nell’intervista già citata dichiara: “Quando ho una matita in mano, voglio disegnare, cogliere la cosa più anonima che ci sia. Questo sarebbe il mio ideale.” Perciò gli bastano tre fiori di campo, oppure un mazzetto di ramoscelli per creare un tremendo poema espressivo.


Nelle righe di qualche critico è trapelata più volte la tentazione di considerare Velly un nichilista, un maledetto: ma si commette un errore. È vero, si coglie nel suo animo una vena apocalittica, che però appartiene al Cristianesimo. La sua arte manifesta una religiosità forte, che guarda imperterrita la minaccia di trasformazione dell’umano nell’osceno dei cumuli di spazzatura, e, nel frattempo coltiva la fede nel filo d’erba, nei miracoli della luce; stupendo per tecnica e per effetto simbolico l’olio “senza titolo” del 1989, con quel sole al centro, raggiante sulla campagna come un ostensorio.




  1. (1)invece, vince il Grand Prix des Envois de Rome nel 1968 (nota di P.H.)


leggere il racconto di Gianfranceschi su Velly del 1990

 

previous                          next