Velly    Francesco Angelici
 
 

Opere grafiche di Jean-Pierre Velly e

Poesie di Francesco Angelici

 

 

  

Dove finì quel vento che lo spinse?
Su quale nube evaporò quell’acqua?



Quando sparì,

restò

l’assenza
e quadri appesi alle pareti
di casa e gallerie.




 

Nero il giorno,
porta chiusa al mondo,
nero d’inchiostroditorchiodibulino..............
e a me
restò
l’intuizione delle ossa sotto carne.



 

Mesdames, Messieurs,
le cadavre exquis,
voix silencieuse
sous le vent,


parle.



(lange et linceul)

 

 

 

 

 

Stendi l’ala stanca d’azzuro
e lascia che il bianco
ti sorprenda alle spalle.



 

C’è un lenzuolo di lino
e una pietra spostata,
una strada che si perde
alla valle,
dove placida indora una
luce terrestre.









 

 

Corpi abbandonati alle colline
per gli orizzonti
dei mille mondi possibili.

Dov’è pietà adesso !?
Dove si addormento’
quando l’angelo di stracci
brandì la spada e ferì la notte,
che colo’ sul mondo?




 

Piove lenta
la luce e
illumina braccia di rami.



 

In piedi tra le rose
sanguino.









 

 

 

Ignora se vuoi,
che la morte alla vita
incute pace,
e nella prima luce
s’infrange il mondo.



 

Pietra tombale
è questo mio giaciglio,
e casa il corpo,
giacché io dormo
un quieto sonno
d’abbandoni.












 

 

 

Siamo come sospesi,
microcosmi mobili,
d’infinite mutazioni
ma sempre legati alla materia.



Composti della natura stessa del mondo,
prede fragili della luce notturna,
tratti dall’inganno di molteplici astri,
ci rifugiamo nelle notti,
bagnati da una bianca luna,
diamante nel carbone del cielo.




 

Siamo fatti di selva,
cosi il cardo del cuore germoglia,
e nel tronco si apre una falla,
è la vita mutata che irrompe
e ci porta ad un mare diverso
dove specchio di cielo,
riflette una luna irreale.









 

 

Che fioriscano le ossa,
dalla carne,
quando mai più sarò
e cambierò sembianza.




 

Sarà l’ombra che fa
di giorno notte
la mia compagna ?



 

O questo profondo viale
di trapassate foglie ?



 

Allora mi sarà lieto
il vento che leggero
di nuvola,
         mi darà ala.









 

 

 

 

Come può l’ombra
senza luce essere al contempo,
vita e morte,
baracca esistenziale di dubbi e certezze?




Lo sanno le radici
che a nulla giova seguire i varchi celesti,
che nel profondo si trovano verità,
e le infinite vie.




 

...

Che dalla terra al cielo,
la distanza è un soffio.




 

Le sommeil de l’homme
est léger,
comme une feuille.
Il a cheveux de feuillage,
et bras de solides branches,
il a racine, dans sa terre.








 

 

 

 

Rosa
tra le nuvole,
come sole su un piatto mondo
dai conici abissi,
mulinelli di quotidiane esistenze.




 

Danza floreale di forme
protette da forme,
un gomitolo di punti
all’occhio indagatore,
su cui si srotola



 

                  La Vita.







 

 

 

 

 

 

Prima che l’occhio crudele
di un Dio lo rapisse,
ebbe l’infanzia delle maree
assassine, un rincorrersi di voci sull’oceano,
che il mare, è fatica e lavoro,
immensa distesa di gocce sudore,
e va cavalcato con barche ed uncini.




 

Le correnti future che lontano lo spinsero,
mai lavarono il sale dagli occhi,
neanche quella gotica luce
sulle colline romane.



 

Nei visi che scelse
ritrovò i tratti che vide
bambino e capì che unica è
la radice-ossa che unisce,
ed il resto effimero,
muta.







 

 

 

 

La riconosco....
è un onda dell’Atlantico.




 

È Tristan che la cavalca,
Il salmastro fantino di tempeste,
dalla cromia autunnale di foglia?



 

È Lui, pellicola di luce,
nella non-ora,
verso quel limite d’orizzonte
dove un cielo pesante
inghiotte i sogni.




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Velly jouant aux échecs, photo M. Random